Approfondimenti

Amore, Cibo e Psiche per una psicologia del cibo

La consueta afa padana che non concede alcuna tregua aveva già iniziato inarrestabilmente a farsi sentire: Expo di Milano, maggio – giugno 2015. Durante questo frangente primaverile – estivo, all’esposizione universale milanese venne presentato il quarto volume di Cultura del cibo: Cibo nelle arti e nella cultura. L’opera, nella sua interezza, risulta imponente ed esaustiva, e può vantare una chiara visione del cibo a tutto tondo; suddivisa in 4 volumi, è pubblicata dalla Utet nella collana Grandi Opere, e curata da Massimo Montanari e Françoise Sabban. Massimo Montanari, docente presso l’Università di Bologna, uno dei professori esterni più noti all’interno del nostro Ateneo, è uno storico – medievista di chiara fama mondiale per i suoi innumerevoli e brillanti studi riguardanti l’alimentazione durante il periodo medievale. Françoise Sabban, invece, è una storica – antropologa francese, membro dell’Institut européen d’histoire et des cultures de l’alimentation di Tours, è specializzata nelle culture alimentari orientali, in specie cinesi.

Proprio giovedì 5 maggio, l’aula magna della nostra Università ha visto come ospiti Nicola Perullo, nostro docente, e Massimo Montanari. Entrambi, oltre ad essere autori di due saggi all’interno del volume, durante la conferenza hanno introdotto l’opera in questione. Beatrice Balsamo, invece, è stata per la prima volta ospite a Pollenzo. Psicanalista bolognese, è Presidente dell’Associazione Mens-a – Promuovere Bologna e direttore scientifico dell’evento “Mens-a. L’intelligenza ospitale”. La professoressa Balsamo, infatti, all’interno della enciclopedica opera dell’Utet, è stata autrice di un saggio riguardante il rapporto tra cibo e psiche, uno dei pochi temi ancora non espressamente trattati all’interno della visione olistica della nostra Università.

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Da quando, dal Secondo dopo Guerra, la fame non è stata più una problematica così imperante, almeno per il Primo e Secondo Mondo,  si sono sviluppati altri disturbi alimentari: anoressia, bulimia ed obesità. Problemi oramai pandemici che hanno colpito e mietuto vittime nel nostro mondo sempre più globalizzato. Un pianeta dove il cibo risulta sempre più solo come un mero carburante per “tirare avanti”, un ostacolo al raggiungimento di una determinata e tanto bramata folle perfezione o come appagamento, rifugio e luogo di ristoro da determinati disagi interiori. Ma Beatrice Balsamo, con un’analisi più sottile, non ci vuole dichiaratamente parlare di tutto ciò: problematiche note a tutti e ampiamente studiate da vari lustri.

Si parla, invece, di un rapporto col cibo totalmente, ma inconsciamente sregolato, da cui è colpita circa l’80% della popolazione italiana, causato da un nebuloso e assai poco definito rapporto col nutrire se stessi, azione che non dev’essere effettuata esclusivamente per motivi fisiologici per soddisfare la fame,  ma anche per appagare il proprio io.

“Vi è la necessita di aver sempre più una psicologia legata al mondo del cibo”. Sigmund Freud lo si ricorderà per la sua decisiva opera a cavallo tra XIX e XX secolo riguardante il sogno, per quel famoso quadro in cui tiene orgogliosamente in mano un sigaro cubano e perché si diceva facesse uso di cocaina solo per fini nobili e di ricerca. Il luminare moravo non è sicuramente noto ai più per avere effettuato studi di psicologia del cibo. Citando Freud, infatti, Beatrice Balsamo afferma come collegata all’oralità vi sia ciò che lo stesso filosofo definì un piacere – pulsione non legato alla sostanza cibo in sé, ma al rapporto tra oggetto – cibo alla bocca. Meno è stato soddisfatto questo atto durante l’età infantile, maggiore sarà la possibilità di soffrire in età adulta di alcuni disturbi con il rapporto col cibo.amore_cibo_psiche

“Dietro la spinta a cibarsi vi è un desiderio di comprensione umana.” Jacques Lacan, psicologo e filosofo francese del 900’, infatti, soleva affermare che a monte della domanda di cibo vi è una domanda simbolica di amore e di comprensione. Beatrice Balsamo sostiene l’importanza che ricopre una madre per il figlio durante i primi mesi di vita: essa deve essere in grado di nutrirlo non solo come un semplice oggetto che necessita del cibo, ma come un essere umano il quale ha bisogno di calore, amore, comprensione e soprattutto premura. Dietro tutto ciò vi è la differenza abissale tra cibo e cibo conviviale. A detta della dottoressa Balsamo, infatti, i comportamenti “ a tavola” degli anoressici e degli obesi sono esemplarmente il sintomo di questo processo: certo, anche costoro si nutrono, ma di alimenti che hanno perso totalmente i valori dell’amore e della convivialità di cui sono portatori. La madre che ha trattato il bambino come un semplice oggetto, non essendo in grado di aver attratto costui al di là della mera materialità del cibo, farà si che il bambino chiederà sempre e solo l’aspetto materiale del cibarsi.

Ma, come ci ricorda Marcel Proust, dietro al cibarsi vi è anche il desiderio di ricordare. È esemplare come di fatto il piatto preferito di un individuo sia collegato ad un determinato ricordo. “Si va alla ricerca di un certo cibo per un certo ricordo”. Nutrirsi è quindi anche rammemorazione.

Infine, vi sono altri due elementi fondamentali in questa psicologia del cibo: l’estetica e la parola. La dottoressa Balsamo sostiene come la bellezza dell’alimento impedisca che questo venga divorato. Più il cibo in questione è bello e più si è tentennanti nel mangiarlo con voracità (esemplare in proposito è la cura maniacale dell’aspetto estetico dei piatti nei ristoranti stellati). Bellezza quindi come elemento regolativo del gusto; come la parola d’altronde. Il conversare a tavola fa in modo che la voracità verso il cibo venga meno. Esemplificativo, infatti, è come nei monasteri leggendo la parola di Dio durante i pasti e nutrendosi di questa, il rapporto gustativo con il cibo venga stemperato.

In una situazione sociale come quella attuale, in cui i rapporti umani, quelli veri, sono sempre più fittizi e flebili, e dove la solitudine nella sua essenza prende il sopravvento, è urgentemente necessaria una psicologia del cibo, la quale deve essere in grado di ricreare convivo e socialità. È bene ricordare come la stessa etimologia della parola convivio, cum vivere, significhi “vivere assieme”. Perché, come ci ricorda Plutarco nelle sue Dispute Conviviali: “Noi non ci invitiamo l’un l’altro per mangiare e bere semplicemente, ma per mangiare e bere insieme”.

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